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26.4.10

Sottovoce a Campana



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Lettura spettacolo Roma Biblioteca Vallicelliana
montaggio audio video editing di Gabriele Petrella



Ringrazio Bruna Conti curatrice del carteggio Un viaggio chiamato amore, Lettere 1916-1918, edito da Feltrinelli presente durante una lettura-spettacolo a Roma per aver apprezzato il riadattamento.
E Gabriel Chaco Millet biografo argentino e studioso di Dino Campana.*(1)


Riporto qui stralci di memorie di Federico Ravagli, amico con i goliardi del suo tempo di Dino Campana nel suo passaggio giovanile a Bologna, dove i primi versi di Dino troveranno rifugio nella rivista il Papiro di Ravagli e compagni. Destino vuole che l'amore per questo poeta mi abbia fatto incontrare una delle sue figlie ,Vittoria Ravagli, donna dall'anima rara e dalla bellezza tanto viva e altrettanto rara, grazie anche a lei, la lettura/spettacolo assume un tono e un colore diverso. Come se un filo legasse
attraversasse questo nostro omaggio a un grande Poeta. Il filo vivo della poesia e della vita di Campana.

Dale Zaccaria


Sottovoce a Campana


Vengo a cercarti, Campana, ne' miei ricordi.
E se mi rivolgo qui a te, come una volta, quasi tu fossi ancor vivo,
è perché la memoria ha bisogno di trovarsi in uno speciale stato di grazia, ha bisogno di un forte stimolo affettivo per diradare le nebbie addensate sugli anni lontani da un succedersi turbinoso di eventi.
Ascoltami, dunque. E non rimproverarmi se dopo il mio ritorno dall'Africa non ho voluto vederti.
M'avevan detto di te che era vivo soltanto il corpo: e che il tuo spirito stava naufragando, ormai senza speranza, nelle tenebre tempestose di una squallida tragica notte.
Non ho avuto l'animo di seguir da vicino il tuo martirio, impotente com'ero a soccorerrerti. Non ho voluto assistere un solo istante all'epilogo del tuo terribile dramma: per non meditar troppo a lungo sull'assurdo destino che inchiodava in un ricovero di alienati un uomo come te, che avevi spaziato per terre e oceani, anelante verso orizzonti senza confine.
C'eravamo lasciati a Bologna, quando già cominciava a delinearsi, per chiari segni, il successo del tuo libro: di quei Canti Orfici che noi goliardi avevamo tenuto un poco a battesimo sui fogli della nostra scapigliatura, tra inni conviviali e rime d'amore.
E non dovevamo vederci più.
Ebbene, trent' anni dopo il tuo ingresso ufficiale nella vita della "boheme" universitaria, io ho voluto raccogliere un po' di memorie. Son tornato col pensiero e col cuore ai nostri tempi lontani: a quel periodo della mia giovinezza incauta e tumultuosa, quando tu, reduce misterioso di chi sa quali aspre avventure, portasti tra noi, con la tua veste di mendicante onorario, lo spirito regale delle tue visioni oceaniche.
Nessuno ti conosceva, allora, di tutti quei letterati che poi t'han decretato trionfo. Eri un ignoto: eri un uomo strano e sognante, un viandante senza pace giunto a una tappa del suo cammino: eri un eccentrico studente di chimica che per laboratorio avevi scelto le strade del mondo. Non avresti certo concluso il tuo viaggio con un'analisi di gabinetto, tu, avvezzo ai trapassi lirici vertiginosi e alle sintesi vibranti di fantasie cosmiche.
Eppure ti fermasti con noi.
(...) Così vivesti un poco della nostra vita. Ti furono note le nostre illusioni, i nostri crucci, le nostre bravate. Fosti testimone benevolo e disattento di una sequala di simpatiche ribalderie.
Davanti ai tavoli delle nostre riunioni estemporanee, passavamo in rassegna, con superba disinvoltura, poeti e filosofi, uomini pubblici e passegiatrici. La critica era spesso sferzante e mordace. E tu ti adattasti non di rado ad ascoltar polemiche e invettive, atti di fede e panegirici, indulgente agli sproloqui e ai clamori.
E via, la notte, per le starde anguste, sotto le arcate brune e severe, pei vicoli tortuosi e propizi a serrare il segreto delle nostre bizzarre intemperanze. E tu ancora con noi: docile mansueto taciturno.
Tu andavi "con poco canto con molto vino". E noi si cantava anche per te. Talora indugiavi d'improvviso, sostavi un poco, ci seguivi a distanza, restavi solo. Chi sa! Forse andavi meditando, nel tuo silenzio, trame d'arte e di poesie. Sotto i portici ocheggianti le architettoniche vetustà venerande, entro le sale annebiate pingui d'ospitalità sensuale, nei giochi di ombra e di luce, nella plastica viva delle creature e delle cose, tu certo vedevi ciò che sfuggiva al nostro sguardo: tu ascoltavi accordi, avvertivi dissonanze che non potevamo giungere fino a noi. Molte pagine de' tuoi Canti Orfici son nate da questo vagabondaggio (...)

Ma tu eri un ribelle alle leggi del quieto vivere, alle usanze della gente bennata, ai saggi consigli delle persone sagge. Eri senza fissa dimora, perché seguivi un tuo sogno allucinante d'infinito. Eri un apolide, perché la poesia di cui andavi disperatamente in traccia ha la cittadinanza del mondo: tu, che pel mondo portavi la "scaglia di lavoro...del povero italiano non si sa". La tua leggenda è qui. E non saran certo queste scarne memorie del nostro tempo lontano a gettare un po di luce sul dramma della tua disperata avventura.
Leggenda è mistero e poesia: e la tua vita fu poesia del mistero.


Federico Ravagli, Dino Campana e i goliardi del suo tempo (1911 -1914) Autografi e documenti. Confessioni e memorie - Bologna: Clueb 2002.
*(1) Bruna Conti
Gabriel Chaco Millet Nella dedica di Dino Campana a Sibilla Aleramo sulla copia de I Canti Orfici Campana scrisse di suo pugno quattro liriche (...) lungo il testo appaiono anche correzioni e cessature. Per l'analisi critica di questa copia dedicata all'Aleramo cfr. D.Campana, Souvenir d'un pendu, a cura di G.Cacho Millet, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1985, p.193. La riproduzione anastatica della copia è in G.Cacho Millet, Dino Campana fuorilegge, Novecento, Palermo 1985, nell'appendice iconografica, dal n.39 al n.49. Cfr Sibilla Aleramo Dino Campana Un viaggio chiamato amore Lettere 1916 -1918 a cura di Bruna Conti, Feltrinelli 2002 (ottava edizione)